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lunedì 7 settembre 2009

Settembre 1944

Fu un ben triste mese, quel settembre di 65 anni fa.
Mentre le formazioni partigiane liberavano Domodossola e davano inizio a quell’esperienza esaltante che fu la repubblica dell’Ossola, i quaranta giorni di libertà, dal 10 settembre al 20 ottobre, la nostra zona fu teatro di vicende tragiche, anche se poco conosciute.
Già il 6 agosto un reparto tedesco aveva massacrato, all’alpe Grandi, sei combattenti della divisione Beltrami: i fratelli Bruno e Alfredo Bertone, Elio Delsignore, Paolo Migliarini, Ernesto Derivi e Giacomo Stoffler mentre altri due, Giulio Solari e Venanzio Marino, benché feriti riuscivano a mettersi in salvo.
Il giorno 11 una colonna fascista saliva in paese dai suoi presidi di fondo valle e, dopo aver respinto un piccolo gruppo di garibaldini che aveva teso un’imboscata nella zona del Blen, occupava il capoluogo e dava inizio ad un rastrellamento casa per casa. Donne, anziani e ragazzi sorpresi per le strade furono richiusi, sotto la minaccia delle armi, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio. Dalla cella campanaria del campanile, così come dalla torretta di villa Aguzzoli, a Crebbia, le mitragliatrici dei repubblichini presero a spazzare i versanti della montagna, attenti ad ogni piccolo movimento che potesse segnalare la presenza dei patrioti.
Nel frattempo la perquisizione li aveva portati a scoprire in casa Motta, sopra il panificio della medesima famiglia, un deposito di materiali lasciati in custodia dal figlio, partigiano del battaglione Romolo. L’edificio venne saccheggiato e dato alle fiamme, tra la disperazione dei proprietari.
Il giorno successivo, mentre infuriava la battaglia di Gravellona, altri tre garibaldini, Luigi Bertini, Bruno Biraghi e Francesco Ferraris venivano dilaniati da un proiettile d’artiglieria in un prato presso Crebbia.
L’epilogo avvenne il giorno 14, quando i fascisti raggiunsero la piccola frazione di Ricciano e, per vendicarsi dei tiri di mitraglia che proprio da lì li avevano colpiti nei giorni precedenti, sgombrarono con la forza il paese dando poi alle fiamme la maggior parte degli edifici.

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