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sabato 24 aprile 2010

Settant'anni fa, a Ramate

Tratto dal bollettino della parrocchia di Ramate, n. 17, 25 aprile 2010

Nell’estate del 1940 la guerra era agli inizi e Ramate ebbe l’occasione di viverla da vicino per un avvenimento che pochi oramai ricordano, ma è ancora vivo nella memoria dei vecchi ramatesi nati prima della metà degli anni 30.
Fu un momento triste quando nel pomeriggio del 10 giugno molti paesani riuniti nella piazzetta centrale ad ascoltare la radio della signora Varallo-Guerra appresero che era stata proclamata la sciagurata guerra: volti tristi e pianti sommessi!
Dopo qualche tempo, di ritorno dal fronte occidentale, venne ad accamparsi nella piana vicino alla ferrovia il reparto Genio del Battaglione Intra; apparteneva probabilmente alla divisione alpina Taurinense, perché così era scritto su scudetti metallici ritrovati sul posto.
Fu un fatto memorabile per la popolazione, molti alpini erano del posto o dei dintorni e ne approfittarono per arrivare, in un modo o nell’altro, alle loro abitazioni dai parenti. Costituirono motivo di apprensione per le mamme, di curiosità per gli uomini, di interesse e giochi per i ragazzi; meno per i contadini, che dovettero in fretta liberare i prati dall’erba non ancora matura.
La loro permanenza si protrasse sino alla fine dell’estate, poi il gruppo partì per i Balcani; qualcuno non tornò, come il nostro Merlo Aldo; altri furono deportati in Germania, altri ancora si unirono ai partigiani titini nella nota Divi sione Garibaldi.

70 anni sono tanti, ma sono ben nitidi i ricordi di quelle giornate. Era un bel colpo d’occhio vedere i muli schierati tra la cappella Cottini, il Rio Grande e la ferrovia; poi tutto l’accampamento con le varie tende, i servizi, il comando, ecc. Era divertente la tromba che segnava i vari momenti della giornata, l’adunata, l’alzabandiera, il rancio e, suggestivo, il silenzio della sera. Molto apprezzata la trombetta del fine pranzo: molti ramatesi, ritmando le note con ”la supa di can, la supa di can, la supa di can la mangia i cristian” andavano con il secchiello a scroccare qualche avanzo, per sbarcare il lunario in quei magri tempi.
Ci sarebbero tanti aneddoti da raccontare sulla permanenza di questi alpini.
Giunse poi il momento della partenza, erano finiti gli “ozi di Capua“ di cartaginese memoria. Grande soddisfazione dei contadini che si riappropriavano delle loro terre, delle mamme, timorose per le loro figlie; ma lacrime delle ragazze
che vedevano svanire il sogno di un amore appena sbocciato, rimpianto dei ragazzi, disappunto degli alpini; poveri ragazzi! Li aspettava un futuro incerto, pieno di incognite, inviati in terre lontane.
Italo

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