mercoledì 1 aprile 2009

LA CAMPANA DEL VILLAGGIO


Va giù sonàa l’Aimäriä. E sonlä polit…” Era la frase con cui mia nonna Amelia, mitica fabbriciera della chiesa di San Tommaso in Montebuglio, mi spediva, al momento del crepuscolo, a suonare quella campana ‘mezzana’ – nel senso di mezza misura – che con la sua serie di rintocchi (almeno quindici, questo significava “suonarla bene”) segnava l’inizio e la fine di ogni giornata.
L’Ave Maria - il richiamo dei fedeli alla preghiera - così come il mezzogiorno, il tocco delle ore e delle mezze, i tre segnali delle Messe, le Agonie dei defunti, gli auguri agli sposi, i concerti a festa, il battere a martello dell’allarme. Per secoli hanno scandito le ore della giornata, hanno segnato i momenti del lavoro e del riposo, della gioia e del dolore, della festa e della preoccupazione.
Un altro ricordo vivido dell’infanzia è quello di mio padre, Adriano, nella cella campanaria, a battere con i pugni chiusi sui cinque tasti del meccanismo che aveva collegato ai batacchi delle altrettante campane con un gioco complicato di leve e ‘cordine’ d’acciaio, a formare quel rudimentale pianoforte con cui riusciva a scandire i motivi dei grandi inni cattolici - Noi vogliam Dio, Mira il tuo popolo, Christus vincit – o di semplici canzoni popolari. Era la mattina della festa del Balmello, ultima domenica di maggio, ma nessuno se la prendeva per esser stato svegliato da quell’allegro e maestoso carillon.
E ancora ricordo mio bisnonno materno, Michele Calderoni, ël costeuri (il custode, nel senso di sagrestano e campanaro) della chiesa di San Giorgio in Casale. Per una vita intera scandì le sue giornate sul ritmo del campanile, lasciando la sua bottega di calzolaio, o la sua casa della Cäràal, mattina, mezzogiorno e sera, per recarsi a governare quelle ‘cinque creature’ – e la tich e tach nei giorni della Settimana Santa – sentendolo come un dovere nei confronti della comunità, civile e religiosa.

Ël gh’ha cinq cämpän, ël neust cämpänin, ël sonä lä serä e’l sonä ‘l mätin… Ël sonä dë meurt, lä Biondä e dä spos, ël sonä misdì e mai l’è noios… Ël gh’ha fin l’orlòcc chë’l sonä tucc ij or, e ‘l da fin l’ävis së vëgn l’esator… (traduco, a beneficio dei forèst: Ha cinque campane, il nostro campanile, suona di sera e di mattina… Suona a lutto, la Bionda e per gli sposi, suona mezzogiorno e non è mai noioso… Ha persino l’orologio che suona ogni ora, avvisa persino quando arriva l’esattore…) Versi di una vecchia canzoncina, considerata da molti l’inno dei casalesi, che Luigi Gedda e Costantino Calderoni dedicarono al campanile di Casale, ma che si adatterebbe perfettamente anche a quello di Montebuglio o di ogni altro paese.
Altri tempi, quando bastava una torre con cinque campane per far vibrare d’orgoglio – non per nulla definito campanilistico – il cuore di ogni paesano. Oggi vanno di moda la privacy e la diplomazia, ‘virtù’ in nome delle quali autorità un po’ pusillanimi ‘calano le brache’ di fronte alle recriminazioni dell’ultimo venuto o di chi fa la voce grossa sventolando qualche pezzo di carta bollata.

“Se voi suonerete le vostre trombe, risponderemo con le nostre campane” è la frase con cui, si dice, abbia risposto Pier Capponi, priore del comune di Firenze, ai messi del re di Francia, che minacciavano di far suonare l’assalto alle mura cittadine se la municipalità non avesse capitolato ai loro prepotenti voleri e spalancato le porte alle loro armate.
Altri tempi, Maramaldo!..
Oggi più che trombe guerriere girano dei gran ‘tromboni’, e le campane… ne fanno le spese.

Massimo M. Bonini
vecchio nostalgico

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