mercoledì 24 dicembre 2008

LUCI DI NATALE

- Treno locale per D. in partenza dal binario sei. Locale per D. parte dal sesto binario. Ferma in tutte le stazioni. Affrettarsi per la coincidenza.
Un’ultima corsa, sfiatato e lo sportello gli si chiuse alle spalle con uno scatto secco, contemporaneo al fischio del capo stazione, si partiva subito, in orario una volta tanto. Poca gente quel giorno, compartimenti vuoti; strano in una data simile. Una delle carrozze era una “prima” declassata per metà, trovò facilmente un posto vuoto, comodo e caldo. Si sedette e ancora gli venne da pensare:
- Strano, un giorno come questo!
Un giorno come questo: ventitrè dicembre, antivigilia di Natale. Gli era andata bene, lo sciopero degli studenti era caduto proprio come il cacio sui maccheroni; chissà per cosa, poi, lo sciopero?.. Aveva potuto fare un salto ai grandi magazzini, in libreria e prendere il primo treno. Allungò le gambe, si accomodò meglio, accese il solito mezzo toscano - così il fumo acre avrebbe tenuto fuori i seccatori – e fumando beato prese ad osservare la campagna. Le risaie, giallastre fuggivano via sotto un cielo plumbeo, mentre cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia; poi il torpore lo prese, il sigaro si spense e lui si addormentò, il capo poggiato allo schienale, cullato dall’andare monotono del treno.
Fu risvegliato da un brusco scossone: sbatté gli occhi alcune volte, cercando di ricordare dove fosse, poi con la tendina parasole spannò il vetro del finestrino e guardò fuori. Il tempo era passato in fretta, la pianura era finita, si erano lasciati alle spalle le colline e il lago ed erano già entrati nella valle. Nevicava qui, la prima neve d’inverno dopo un autunno alquanto siccitoso; i gerbidi intorno si andavano già imbiancando. Si sentì subito invadere dalla malinconia che fin dall’adolescenza la neve gli metteva addosso e si ritrovò a canticchiare le prime note di Bianco Natale. Era felice, veramente felice. Finalmente, dopo tanti anni avrebbe avuto un Natale sereno, in una casa tutta sua, con la moglie, i cognati e il nipote, un bambino come non ne aveva mai conosciuti, e per di più con la neve. Se avesse continuato così avrebbe ricoperto il giardino e le rive del fiume, già riccamente arabescate di ghiaccio, e la montagna, trasformando tutto in un paesaggio di favola.

Si erano sposati sul finire dell’estate ed erano venuti ad abitare a D. in una villetta, già fuori dall’abitato, che con un colpo di fortuna erano riusciti ad acquistare l’anno precedente. Situata ai bordi di una strada secondaria, con la montagna e le rive del torrente appena oltre il cancelletto posteriore del giardino, era tal e quale lui l’aveva sognata, ma quando l’avevano presa si trovava in uno stato compassionevole; vi si era dovuto lavorare sodo per più di un anno, ma con l’aiuto di qualche amico l’avevano resa accogliente restaurandola completamente, dalla cantina ai comignoli, anche se ancora i lavori non si potevano dire del tutto ultimati.

Il treno entrò lentamente in stazione, tra lo stridore dei freni e grandi sbuffi di vapore, si arrestò di botto e lui saltò giù allegramente, la borsa a tracolla, e sempre canticchiando andò a recuperare la bicicletta lasciata sotto la tettoia del parcheggio, a lato del piazzale. Le strade erano diventate pericolose, le automobili avevano trasformato la poca neve in una guazza melmosa e infida, che rendeva alquanto precario l’equilibrio del velocipede, ma cuor contento pedalava vigorosamente, pensando intanto ai fatti suoi.
- Ho davanti quindici giorni di vacanza. Potrò leggere qualche libro, ci saranno da curare gli affari del circolo e forse riuscirò ad ultimare le scaffalature e l’impianto elettrico in cantina. Ma soprattutto, se questa nevicata dura, potrò tirar fuori gli sci da fondo e battermi un bell’anello dietro casa, il solito giro della passeggiata: l’argine, il bosco di ontani, il prato dei massi erratici, le ultime falde del castagneto… Si, si. Sarà una cosa veramente eccezionale. Favolosa!.. Si, si.. Dunque, vediamo un po’ di organizzarci. Lei non è a casa, oggi pomeriggio la recita all’asilo, questa sera a cena con le colleghe, arriverà tardi. Speriamo che la casa sia un poco calda e che sia rimasto qualche cosa da mettere sotto i denti…
Così, ragionando e fantasticando era finalmente giunto, non senza essersi esibito in alcune acrobazie per evitare di cader di sella. Entrò, trovò un gradevole calore e, sul tavolo della cucina, un biglietto della moglie. Gli lasciava la lista delle compere e lo informava che per quella notte si sarebbe fermata da un’amica; avrebbe fatto ritorno nel pomeriggio dell’indomani, insieme ai cognati.
- Beh, - pensò – quasi quasi è un bene, così la casa me la preparo da solo.
Era stato sempre un suo pallino quello di passar uno dei pomeriggi di vigilia a predisporre gli addobbi natalizi. A volte rideva di sé stesso, ritenendosi piuttosto infantile, ma poi ogni anno ci ricascava e quella rimaneva nel ricordo come una delle giornate migliori. Quell’anno, con tutti i problemi da risolvere, di cose del genere non avevano neppure parlato, ma lui già da alcuni giorni andava meditando su come preparare alla moglie una sorpresa che sapeva certamente gradita. Così, quell’assenza capitava proprio a fagiolo.
Si mise subito all’opera: un paio di panini in fretta, poi sotto con le pulizie; salotto, ingresso, studiolo; ma i libri li avrebbe spolverati con più cura, uno ad uno, nei giorni seguenti. A metà pomeriggio sospese tutto e uscì a sgombrare la deve davanti alla rimessa, poi tirò fuori l’auto e si recò in centro per le compere, prima quelle del biglietto, gli ultimi regali e infine, ai grandi magazzini, quanto gli serviva per realizzare il suo progetto: statuine, lustrini,palloncini colorati e ammennicoli vari. Tornando verso casa la vecchia utilitaria sembrava la slitta di Babbo Natale. Per strada era pieno di gente che andava e veniva portando pacchi e pacchetti ed involti, bambini, vetrine in cui cominciavano ad accendersi le prime luci, due zampognari…
Quando fu di ritorno calava la sera; la neve aveva ripreso a calare lenta, leggera. Il paesaggio si era fatto fiabesco; si soffermò ad ammirarlo per qualche istante, poi, con un’alzata di spalle, andò a deporre il suo carico natalizio in salotto, preparò la legna e accese il fuoco nel caminetto. Ma c’era qualcosa che lo chiamava, una voce interiore, imperiosa e questa volta non seppe resistere. Calzò gli stivali da cacciatore, prese giaccone e cappellaccio e, uscito dal cancelletto posteriore, imboccò il sentiero del fiume. Scese tra gli ontani fino alla riva, attraversò il ponticello di tronchi e vagò per un po’ nel bosco. Tornando si ritrovò a canticchiare e pregare, mentre lontano risuonavano piano i rintocchi dell’Ave Maria, Questo, infine era il vero Natale.
Rientrò tardi, un salto in cucina e subito s’installò in salotto, con i panini e il bricco del caffé. Sistemò i dischi con i canti natalizi sul piatto dello stereo e iniziò a darsi da fare. Il presepe in un angolo, l’albero in quello opposto, presso il camino, festoni alle pareti, una ghirlanda di agrifoglio sulla porta d’ingresso. Quando smise, l’orologio a cucù suonava le due. Sbatté le palpebre, incredulo, poi spense le luci e andò a letto. Ormai non rimaneva che da sistemare le lampade colorate sull’abete del giardino: un lavoro per il giorno successivo.

Le prese nostalgia quando, scesa in cucina insieme all’amica che l’aveva ospitata, si trovò di fronte l’albero di Natale che la madre di quella aveva appena finito di sistemare.
- Buon giorno. E buon Natale, anche se con un giorno di anticipo. Abbiamo avuto una bella nevicata e penso che prima di sera ne verrà ancora. La signora farebbe bene a tornare a casa in fretta, prima che ricominci. Non so se in questi giorni di festa gli spazzaneve lavoreranno come sempre.
- Devo passare da mia sorella… Vedo che adesso le strade sono pulite.
Parlava distrattamente, e intanto pensava alla casa disadorna e in disordine. Avrebbe dovuto pensarci, alle decorazioni. Sapeva quanto il marito ci tenesse, ma avevano avuto troppe cose da fare, tutti e due, in quei giorni ed se n’erano scordati. Era tardi, adesso, anche lui non avrebbe certo trovato il tempo… ma l’anno prossimo… Certo che in quel modo le feste avrebbero perso una parte della loro poesia…
- Si, questa mattina sono passati presto, era ancora buio. Penso che vogliano finire tutto entro mezzogiorno e che sperino, loro, che non nevichi più. Comunque vada, signora, altrimenti farà tardi anche oggi.
- E’ vero, sì. E’ ora che vada. Arrivederci, e grazie di tutto.
Uscì nel mattino freddo, sotto il cielo cupo, e in auto pensava ancora alla sua casetta.
- Che peccato!.. Mi sarebbe tanto piaciuto. E lui, con tutti i suoi impegni, non ne avrà Certo il tempo…
Poi le visite ai parenti e agli amici, le commissioni, i regali: non ci pensò più. A mezzogiorno arrivava dalla sorella, che le venne ad aprire con il viso imbronciato.
- Mio marito deve lavorare anche di pomeriggio, una cosa urgente. Non potremo partire prima delle sei.
- Accidenti! E la cena?
- Mah, non so. Potresti andare avanti da sola…
- contavo di passare a salutare mamma e papà, con voi. Provo a telefonare… Pronto? Si, sono io – e gli spiegò la situazione.
- Non preoccuparti, avanzo giusto il tempo di fare un salto in rosticceria, verso sera. Provvederò io a tutto; vedrai, non ti farò sfigurare.
- Ma, veramente… Va bene, mi fido. Però non combinare pasticci. E… senti!.. No, no, niente… Ciao.
Ormai era troppo tardi, ma l’anno prossimo ci avrebbe pensato per tempo. Si, si… per tempo!
Il nipote le corse incontro, festoso ed eccitato.
- Zia, zia, ‘stanotte viene Babbo Natale!
- Eh già, piccolo. Questa è la famosa notte.
- Ma, zia, Babbo Natale lo saprà che sarò a casa tua? Perché altrimenti i regali me li lascia qui e io domani non li potrò vedere.
- Oh, stai tranquillo. Tuo zio è un ottimo amico di Papà Natale ed ha già provveduto ad avvisarlo.
- Ah si? E come fa lo zio a conoscerlo?
- Sai, dietro casa nostra c’è un bel prato e ogni anno il buon vecchio lascia lì la sua slitta per poter fare il giro dei comignoli. Una volta lo zio lo ha incontrato e lo ha aiutato a trasportare il sacco di regali, così sono diventati amici e ogni tanto si scrivono.
- E dove abita Babbo Natale?
- Al polo nord. Però d’estate viene a trascorrere le ferie dalle nostre parti, ma senza dirlo a nessuno. Solo mio marito lo sa e a volte va fargli visita alla sua casetta, nel bosco…
Il pomeriggio passò in fretta. Alle sei partirono, con le automobili piene di pacchetti e durante il viaggio lei parlò alla sorella di quello che la tormentava sin dal mattino.
- Che peccato – commentò quella – sarà un po’ triste.
- Ma l’importante è poter mangiare, bere e starsene tranquilli e al caldo – aggiunse il cognato.
- Io voglio il presepe – fece eco il bambino. Ma si distrasse subito, pensando ai doni di Natale.
Arrivarono a notte fatta. La via davanti alla villetta era immersa in un’oscurità caliginosa, riprendeva a nevicare e la nebbia si addensava lentamente. Scendendo dall’auto lei si guardò intorno: le case vicine erano illuminate e allegre, la sua buia, quasi tenebrosa, ma dalla finestra traspariva il bagliore del fuoco nel caminetto e dietro le tende si poteva scorgere un’ombra immobile. Mossero alcuni passi e proprio allora le luci sull’abete si accesero e s’illuminarono le decorazioni sulla porta, e sulle finestre e dentro casa, e poi, meraviglia delle meraviglie, dall’uscio posteriore scappò fuori… Babbo Natale, che arrestandosi per un istante indirizzò loro un saluto con la mano prima di fuggire in direzione del bosco. Rimasero lì, imbambolati e le loro bocche si aprirono in quattro oh! di una perfezione rara, come quelle degli angeli che da lì a poche ore avrebbero intonato l’Adeste.
Novembre 1981

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