lunedì 22 gennaio 2018

Misteri nel verde


Dite un po’: vi è mai capitata, passeggiando nei boschi delle nostre montagne, la strana sensazione di non essere soli? Di occhi discreti che vi stiano osservando, di voci che sussurrino messaggi subliminali, che vi chiamino con fare suadente? Avete mai avuto un sussulto improvviso, l’istinto di voltarvi repentinamente per cogliere una presenza vaga, ma pure così insistente da risultare quasi fisica? Si, vero?
Beh, tranquilli. Non state avendo delle allucinazioni. Sono loro, i Piccoli Signori, il piccolo popolo delle leggende, dei miti, delle tradizioni ancestrali.
Nel secondo millennio dell'era precristiana un gruppo di popolazioni stanziate nell'Europa centrale fu interessato da un forte sviluppo demografico e prese ad espandere la sua zona d'insediamento verso sud e verso ovest, andando progressivamente a mischiarsi e sovrapporsi ai precedenti abitanti, ai quali finirono per imporre la loro cultura e, in buona parte, la loro lingua. Non è chiaro come definissero sé stessi, ma greci e romani, secoli più tardi, li chiamarono rispettivamente keltoi e galli. E Gallia, quidi, fu il nome dei loro territori. In Italia la loro zona di espansione, la Gallia Cisalpina, arrivò a coprire tutti i territori alpini, il piano padano e l‘appennino settentrionale e umbro marchigiano. Famosi sono rimasti i clan dei Boi e, soprattutto, dei Senoni – che avevano il loro centro più importante in Saena Gallica, l’attuale Senigallia – e che nel 390 avanti Cristo conquistarono e saccheggiarono Roma sotto la guida di Brenno. Ai nostri tempi si studiava quell’episodio nel corso di storia, alle scuole elementari, e tutti conoscevamo la sprezzante risposta del console Furio Camillo ai capi celti, quando gettando la spada sulla bilancia con cui si stava pesando l’oro richiesto per il riscatto dei prigionieri proclamò: “Con il ferro e non con l’oro si riscatta l’onore di Roma!”
Furono queste popolazioni eterogenee, i celti, a lasciare nella nostra cultura – e nel nostro DNA – quelle radici che ancora oggi, a più di duemila anni dalla loro sottomissione a Roma e dal loro assorbimento tra le popolazioni dell’impero, ancora spesso affiorano prepotentemente, seppure in modo inconscio.
Ad esempio ricordo un’anziana signora che, esasperata dalle mie intemperanze infantili, ogni tanto mi sgridava con un sonoro “Täranìs at mändä on lòsän!” (Taranìs ti mandi un fulmine) senza stare a meditare che proprio lei, cattolica tradizionalista, stava invocando in Taranìs la divinità del tuono dei nostri lontani antenati.
In Irlanda, dove le tradizioni celtiche sono rimaste più a lungo intatte, una leggenda racconta di come gli antichi dei che un tempo popolavano quei territori fossero un giorno stati sconfitti e sottomessi da nuove popolazioni provenienti da occidente – il mito della perduta Atlantide, forse – ma non accettando questo nuovo status si siano ritirati a vivere nelle foreste e nel sottosuolo, riducendo le proprie dimensioni fisiche e sviluppando le arti magiche per meglio sfuggire ai dominatori. Si sarebbe così sviluppata quelle fitta schiera di creature fantastiche – fate, folletti, goblin, troll, elfi e quant’altro – nota come “il piccolo popolo”.
Tra i territori alpini quelli delle valli del Toce e del Ticino conservano le più importanti tracce di insediamenti celtici, come testimoniato dai siti archeologici di Golasecca, Ornavasso e Gravellona Toce. Erano le zone dei clan dei Lepontes – il popolo della lepre – e degli Agones e anche da noi possiamo trovare tacce di quei miti ancestrali. Il territorio è disseminato di massi erratici coperti di coppelle e altri “segni” rituali, in ogni paese si ricordano riti per l’invocazione della pioggia – o per fermare le precipitazioni troppo abbondanti – o per propiziare la fertilità dei campi, degli animali e delle donne. Usanze che nel corso dei secoli hanno assunto una parvenza di liturgia cattolica, ma basta grattarne un poco la superfice perché salti fuori la base pagana, cioè legata all’antica religione precristiana.
E allo stesso modo dai racconti degli anziani salta fuori un universo popolato da un gran numero di creature misteriose, a volte benefiche, in altri casi demoniache, che vivrebbero nell’ombra, ma proprio al nostro fianco. E si racconta quindi della cusc, la donna selvatica con il corpo ricoperto di peli, che un giorno rapì un neonato lasciato incustodito dalla madre sostituendolo nella culla con il suo piccolo dall’aspetto mostruoso. L’umana, chiaramente orripilata dall’aspetto della piccola creatura, si rifiutava di accudirla e di nutrirla e questa, con il suo pianto disperato, richiamò l’attenzione della sua vera madre che, mossa a pietà, riportò il bimbo rapito e, prendendo il suo, pronunciò le sue uniche parole: “Tëgn scià ‘l teu biänchìn e damm indré ‘l me plosìn” (riprenditi il tuo bianchino e restituiscimi il mio pelosino). Se da Casale Corte Cerro risalite il sentiero che si addentra nella forra del rio Urcia noterete un pertugio nel fianco del monte; nella toponomastica locale è ël forn dlä cusc (l’antro della cusc).
Ël fòl era invece un essere di grande statura che si aggirava di notte per i boschi della valle Strona; appariva all’improvviso a fianco dei viandanti solitari e cercava di accompagnarli nel loro cammino. Molti fuggivano spaventati, inseguiti dalla agghiacciante risata dell’essere fatato, tanto da rischiare spesso di infortunarsi cadendo dai dirupi. Ma ai pochi che ne accettavano la presenza il fòl si mostrava invece amichevole. Chiacchierava in modo amabile, si rivelava assetato di pettegolezzi, ma anche prodigo di ottimi consigli riguardo alle tecniche di allevamento e di coltivazione.
I folletti erano un esercito di piccole creature allegre, vivaci, sagge e dispettose. Si dice che fossero i bambini morti prima di poter essere battezzati e pertanto esclusi dall’accesso ai regni ultraterreni – paradiso, purgatorio e inferno – e condannati a vagare per sempre sulla terra, andando a tormentare coloro i quali non erano stati in grado di garantire loro la pace eterna. Entravano nelle case e nascondevano gli oggetti, rovesciavano i secchi del latte appena munto, disfacevano le calze che le ragazze avevano quasi terminato di lavorare a maglia. Nelle stalle liberavano gli animali dalle loro poste facendoli fuggire per le campagne. A qualcuno facevano invece del bene. Si racconta che a un povero mendicante trovato addormentato in un fosso abbiano rivelato un grande segreto: se fosse riuscito a seguire il percorso di un arcobaleno prima che si dissolvesse, scavando nel punto esatto in cui l’arco colorato usciva dal terreno avrebbe trovato un grande tesoro. Fantasie? Fatto sta che il mendicante nessuno l’avrebbe più rivisto, ma che in una città lontana sia improvvisamente comparso un ricco e sconosciuto signore che, dicono, gli somigliasse un poco…
L’uomo selvatico aveva un aspetto poco rassicurante, con tutti quei peli addosso e i piedi voltati all’indietro – metodo certo, d’altronde per riconoscere gli esseri fatati. Ma in fondo era un tipo innocuo e gli alpigiani, conoscendolo lo accoglievano nelle stalle quando si presentava per la veglia serale, gli passavano una scodella di zuppa o un bicchiere di vino e lui in cambio raccontava antiche storie e dava consigli e insegnamenti. In particolare insegnò ai montanari come sfruttare il siero residuo dalla lavorazione dei formaggi, ricuocendolo ad alta temperatura e facendolo nuovamente cagliare con l’aggiunta di aceto per ottenerne così un terzo prodotto, dopo burro e formaggio duro, che chiamò ricotta; promise anzi che in una successiva occasione avrebbe svelato una ulteriore possibilità di lavorazione, ma poi ci si mise di mezzo il destino. Destino maligno, nelle vesti di due ragazzotte sventate che presero a dileggiare l’òm sëlvagh per i suoi strani piedi sino a che lui, particolarmente permaloso, se ne andò offeso, portando con sé l’ultimo prezioso segreto. E da allora non si fece più vedere.
Un ultimo, doveroso cenno alla zoologia fantastica, nel cui capitolo ci piace citare la fassärolä, curioso essere per metà cane e per l’altra maialino, che si aggirerebbe di notte portando in bocca un fascio di sterpi; era considerato particolarmente pericoloso per le donne gravide in quanto, se fosse riuscito a passare tra le loro gambe divaricate avrebbe provocato la perdita del nascituro. Una creatura simile - la vàina, un neonato strettamente fasciato dai piedi sino al collo – infestava i monti dell’Ossola rotolando continuamente per i ripidi versanti, emettendo un vagito straziante e provocando i medesimi perniciosi effetti sulle fure madri.
Molti anche i luoghi infestati dall’asspär, o brasalèsch, con corpo di serpente, ali da pippistrello e testa di gatto. Un vero e proprio drago “tascabile” che, a fissarlo direttamente negli occhi, pietrifica l’incauto osservatore. E infine il gat mainón, il gatto mammone, felino di enormi dimensioni a volte ricordato come ël gat dij orècc d’òss, il gatto dotato di orecchie ossee – par di vederlo, con un bel paio di corna demoniache – che terrorizzava i bambini capricciosi.
A questo punto mi par di udire la vostra domanda ironica: “Barba, ma cosa ti sei fumato?..”
Si, lo so, sono o forse semplicemente sembrano le fantasticherie di un vecchio allucinato e credulone. Eppure… eppure se vi aggiraste per i boschi intorno a Crebbia in certe sere particolari e se vi capitasse di trovarvi nel posto giusto, al momento giusto e con la luce giusta… Ecco, potrebbe succedere anche a voi di trovarvelo di fronte, con il suo ghigno sarcastico ed enigmatico: è il pagadebät, Pan delle foreste, lo spirito che veniva indicato dai miseri e dagli indifesi a protezione dai prepotenti. Non ci credete? Provate!..
Alla prossima.
Massimo M. Bonini – barbä Bonìn
Nota linguistica.
I testi dialettali sono trascritti secondo le regole fonetiche fissate dalla Consulta Regionale per la Lingua Piemontese e adattate alle varianti del Verbano Cusio Ossola e Alto Novarese dall’associazione Compagnia dij Pastor di Omegna. Per maggiori informazioni in merito a questi aspetti è possibile consultare il sito internet compagniadijpastor.blogspot.it

Novembre 2017
per Alpe Nostra, notiziario del C.A.I. sezione di Omegna


nella fotografia: il Pagadebät di Crebbia


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